Concordato preventivo: la non utilità dell’attività svolta dal professionista attestatore giustifica il mancato riconoscimento del suo credito professionale
07 gennaio, 2019

Concordato preventivo: la non utilità dell’attività svolta dal professionista attestatore giustifica il mancato riconoscimento del suo credito professionale

In tema di concordato preventivo, con sentenza n. 22785 del 25.9.2018 la Suprema Corte ha stabilito che l’avvenuta ammissione di una società alla procedura concorsuale non è l’esito di un accertamento giudiziale completo e non rivedibile, né un’automatica ed indiscutibile approvazione dell’operato svolto dal professionista attestatore.

 

Nel caso, il professionista attestatore di un piano concordatario nell’interesse una società di capitali, inizialmente ammessa alla procedura di concordato preventivo e poi dichiarata fallita, si doleva per la mancata ammissione del proprio credito professionale al passivo del fallimento (in prededuzione o, in subordine, con il privilegio di legge).

In sede di merito la sua pretesa veniva respinta. Egli presentava dunque ricorso per Cassazione, la quale tuttavia lo respingeva enunciando principi di indubbia rilevanza, che di seguito si riassumono:

  •  il decreto di ammissione dell’imprenditore al concordato preventivo, ex art. 163, comma 1, legge fallimentare, non va inteso come una sorta di approvazione dell’operato svolto dal professionista attestatore, quasi che il solo ed unico scopo dell’attività a lui richiesta sia ottenere tale provvedimento dal tribunale: al contrario, quest’ultimo è chiamato a svolgere una valutazione di adempimento degli obblighi del professionista secondo i canoni della diligenza ex art. 1176, c. 2, cod. civ.. L’esito di tale valutazione ben potrà portare a negare il riconoscimento del suo credito professionale: infatti il provvedimento di ammissione non assevera affatto l’esattezza del suo operato;
  • l’ammissione al concordato preventivo non comporta un accertamento giudiziale definitivo dei requisiti di fattibilità del piano e di veridicità dei dati, e dunque un automatico vaglio positivo dell’opera professionale prestata: il tribunale, infatti, compie una prima valutazione, necessariamente provvisoria e suscettibile di essere rivisitata dopo il deposito della relazione del commissario giudiziale ex art. 172, comma 2, legge fallimentare;
  • affinché possa dirsi che un credito sorga “in funzione della procedura concorsuale”, non è dirimente la circostanza della sua ammissione tra i crediti della procedura di concordato preventivo, in quanto l’opera professionale prestata potrebbe non essere stata svolta nell’interesse dei creditori;
  • il principio secondo cui l’accertamento dell’operato del professionista richieda di indagarne la necessaria diligenza vale, peraltro, anche laddove il tribunale non abbia in precedenza disposto alcuna revoca dell’ammissione al concordato ex art. 173 legge fallimentare (questa infatti verrebbe disposta solo laddove il commissario giudiziale abbia accertato atti di frode o non autorizzati);
  • l’accertamento dell’esistenza stessa della ragione di credito necessariamente precede quello sulla natura (prededucibile, o privilegiata, o altrimenti) del credito medesimo, potendo essa, all’evidenza, non essere nemmeno oggetto di esame;
  • come già statuito in passato (si veda Cass. civ. n. 1214 del 2017), l'eccezione di inadempimento di cui all'art. 1460 codice civile non richiede l'adozione di forme speciali o formule sacramentali, essendo sufficiente che la volontà della parte di sollevarla sia desumibile, in modo non equivoco, dall'insieme delle sue difese. La non vantaggiosa attività svolta dal professionista può costituire un inadempimento, sollevabile nel giudizio di opposizione allo stato passivo dal Curatore fallimentare, sol affermando che l’attività svolta è stata carente alla luce delle altre risultanze documentali disponibili.  

Per riassumere, e riprendendo un punto saliente della pronuncia qui in commento:

‘Il tribunale, nel momento in cui ammette il proponente alla procedura, non dispone ancora di una relazione del commissario giudiziale (salvo il caso specifico del cd. pre-commissario giudiziale […]) atta ad evidenziare le criticità, le carenze, le inesattezze e quant'altro eventualmente non consenta alla proposta di raggiungere il proprio scopo. La valutazione del tribunale, in tale fase della procedura, non può, dunque, costituire una sorta di approvazione della relazione dell'attestatore. In altri termini, l'ammissione del proponente alla procedura non assevera definitivamente l'esattezza del suo adempimento (cfr. Cass. n. 7959 del 2017; Cass. n. 5825 del 2018).

Nè può affermarsi che il provvedimento di ammissione costituisca condizione necessaria e sufficiente per l'insorgenza del credito del professionista attestatore, quasi che sullo stesso gravasse una obbligazione di risultato (rappresentato, quest'ultimo, dal decreto di ammissione), raggiunto il quale, la prestazione si deve ritenere correttamente eseguita. Invero, anche riconoscendo al tribunale, nella preliminare fase di ammissione alla procedura, un penetrante potere di indagine sul merito della proposta e della relazione che l'accompagna (cfr. Cass. n. 5825 del 2018), ciò non significa ancora che tale valutazione non possa essere smentita in un secondo momento, a seguito del più approfondito controllo del commissario giudiziale che rilevi - come accaduto nel caso di specie - la sostanziale inattendibilità dei dati esposti nella relazione’.

 

Quanto sopra si inserisce nella più ampia tematica, tuttora oggetto di attenzione e dibattito, della diligenza professionale e della prededucibilità dei crediti ex art. 111 legge fallimentare.

                          

Giulio Calcinotto