JobsAct: tutele crescenti incostituzionali?
12 ottobre, 2018

JobsAct: tutele crescenti incostituzionali?


Come noto il c.d. ‘contratto a tutele crescenti’ introdotto dal ‘Jobs Act’ (d.lgs. 4.3.2015, n. 23) non rappresenta né una fattispecie contrattuale autonoma né una fattispecie nuova, ma si caratterizza per nuove e diverse conseguenze sanzionatorie a carico del datore di lavoro in caso di licenziamento ritenuto ingiustificato nei rapporti di lavoro sorti dopo il 7 marzo 2015.

Per i rapporti di lavoro sorti in data antecedente rimangono invece in vigore l’art. 18 l. 300/1970 e la l. 92/2012 che lo ha modificato, mentre i giudizi aventi ad oggetto l’accertamento dell’esistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento si svolgono ancora secondo il rito speciale sommario noto come ‘Rito Fornero’, disciplinato dalla L. 92/2012.

La principale innovazione introdotta dal Jobs Act stata quella di aver circoscritto la conseguenza sanzionatoria rappresentata dalla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro (c.d. tutela reale) alle sole ipotesi di licenziamento nullo, discriminatorio, o intimato in forma orale.

In tutti gli altri casi l’unica sanzione prevista per l’azienda che avesse licenziato un dipendente senza giusta causa o giustificato motivo era rappresentata da una indennità pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per ogni anno di anzianità aziendale maturato dal lavoratore, e comunque di un importo non inferiore a quattro e non superiore nel massimo a ventiquattro mensilità (art. 3 d.lgs. 4.3.2015, n. 23).

Il recente decreto legge 87/2018, c.d. ‘Decreto Dignità’, convertito con la legge 9 agosto 2018, n. 96 ha modificato la disciplina previgente alzando il suddetto importo minimo da quattro mensilità a sei, e l’ammontare massimo da ventiquattro a trentasei.

Con pronuncia di data 26.9.2018 la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il decreto legislativo 4.3.2015, n. 23 nella parte in cui prevede che in ipotesi di licenziamento ingiustificato spetti al lavoratore una indennità risarcitoria il cui importo diminuisce o aumenta soltanto in relazione all’anzianità aziendale acquisita dal lavoratore licenziato, senza che si possano prendere in considerazione la gravità e le altre circostanze del singolo caso.

Le motivazioni della pronuncia non sono ancora note, e occorrerà attenderne la pubblicazione, tuttavia possono essere immaginate analizzando l’ordinanza del Tribunale di Roma di data 26 luglio 2017 che aveva rimesso all’esame della Corte Costituzionale la l. n. 183/2014 e gli artt. 2, 4 e 10 del D. Lgs. 23/2015, dando luogo alla pronuncia della Consulta.

Il Giudice del Lavoro di Roma evidenzia la forte discrepanza tra la disciplina applicata ai contratti sorti dopo il 7 marzo 2015 e quelli sorti fino al giorno precedente. Immaginando che ricorra il medesimo licenziamento privo di giusta causa o di giustificato motivo, il lavoratore assunto fino al 6.3.2015 può ottenere la tutela reintegratoria o quantomeno la condanna del datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria tra le 12 e le 24 mensilità. Nel secondo caso, a fronte di una situazione speculare, il lavoratore licenziato illegittimamente ma che abbia maturato una anzianità aziendale inferiore ad un anno riesce ad ottenere soltanto una indennità risarcitoria di sei mensilità (erano quattro fino ad agosto 2018).

Vengono quindi posti all’attenzione della Consulta i seguenti possibili motivi di incostituzionalità:

-       violazione dell’art. 3 Costituzione (principio di uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge):  impedire al Giudice del Lavoro di modulare l’indennità risarcitoria anche in base alla gravità della condotta del datore di lavoro porterebbe a sanzionare in maniera disuguale situazioni simili ed anche a punire in modo simile situazioni non omogenee;

-       violazione degli artt. 4 e 35 Costituzione (diritto dei cittadini al lavoro): il risarcimento di sole poche mensilità spettante ai lavoratori con una bassa anzianità aziendale, a fronte del pregiudizio rappresentato dalla perdita del posto di lavoro, risulterebbe contrastante con il principio costituzionale del diritto al lavoro;

-       violazione degli artt. 117 e 76 Costituzione (rispetto delle norme comunitarie, anche come criterio di delega del potere legislativo al Governo): non risulterebbero rispettate alcune regolamentazioni comunitarie o altre discipline sovranazionali.

E’ interessante rilevare come il Tribunale precisi però di non ritenere in contrasto con la Carta Costituzionale l’eliminazione o la limitazione del diritto alla reintegra nel posto di lavoro, a condizione però che la tutela indennitaria sia adeguata al caso specifico e che il Giudice non venga del tutto espropriato della possibilità di decidere discrezionalmente la sanzione da comminare.

Probabile conseguenza della pronuncia della Consulta è che il Giudice del Lavoro potrà decidere con maggiore discrezionalità l’ammontare dell’indennità spettante al lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo, spaziando in una forbice tra le sei e le trentasei mensilità.

I criteri per stabilire l’importo spettante al lavoratore potrebbero essere gli stessi già individuati dalla giurisprudenza e dalla dottrina nell’applicazione della tutela indennitaria prevista dall’art. 18 l. 300/1970, come modificato dalla l. 92/2012: (i) anzianità del lavoratore, (ii) numero dei dipendenti occupati, (iii) dimensioni dell’attività economica, (iv) comportamento delle parti nel caso specifico

Rimane il fatto che la materia sarà probabilmente oggetto di nuovi prossimi interventi da parte del legislatore, anche per rendere maggiormente omogenea la disciplina riguardante i rapporti di lavoro sorti dopo il 7 marzo 2015 e quella applicabile ai rapporti sorti prima del 7.3.2015. Nel frattempo le imprese che intendessero intimare al lavoratore il recesso dal rapporto lavorativo dovranno operare con la massima cautela, considerato il rischio di conseguenze sanzionatorie più difficili da prevedere e potenzialmente più severe di quanto avrebbe previsto l’art. 3 d.lgs. 4.3.2015, ora dichiarato parzialmente incostituzionale.

Edoardo Piccione