Essere coeredi…
07 maggio, 2019

Essere coeredi…

La comunione ereditaria si instaura dopo l’accettazione (espressa o tacita) dell’eredità da parte dei c.d. chiamati all’eredità e sino alla divisione del compendio ereditario.

La comunione ereditaria comporta la contitolarità dei diritti sull’eredità in capo ai coeredi ed è regolata dall’art. 1100 e s.s. c.c., ovvero le regole della comunione ordinaria (salvo diverse specifiche norme previste dal legislatore, quali ad esempio il diritto di prelazione di cui si dirà).

Va da subito segnalato che, a sensi dell’art. 713 c.c., ‘i coeredi possono sempre chiedere la divisione’. Pertanto ciascun erede ha diritto di vedersi assegnata la propria quota ereditaria. Tale diritto è imprescrittibile.

Per quanto riguarda i beni immobili, in seguito alla comunione ereditaria, si formerà in capo ai coeredi una comproprietà per quote indivise del bene.

Per quanto riguarda invece le partecipazioni societarie (ipotesi frequente), in estrema sintesi, nell’ipotesi di società di capitali, vale il principio generale che la partecipazione (salvo diversa previsione contenuta nello statuto) si trasferisce agli eredi che ne diventano comproprietari. L’esercizio dei diritti verso la società avverrà mediante un rappresentante comune designato dagli stessi. E, come già detto, ciascun coerede può sempre chiedere la divisione della partecipazione.

Nelle società di persone, sempre fatta salva una diversa previsione contenuta nel contratto sociale, i soci superstiti hanno facoltà di scegliere tre distinte ipotesi, nel termine di sei mesi dall’apertura della successione: (i) liquidare il valore della partecipazione del socio defunto agli eredi (in tal modo questi ultimi non entreranno in società); (ii) sciogliere la società; (iii) far subentrare gli eredi in società, sempreché gli stessi vi consentano (è quindi necessario il formale espresso consenso dei coeredi al subentro nella quota che il defunto aveva in una società di persone).

La gestione della comunione ereditaria è una attività di carattere collettivo in quanto il legislatore ha previsto che tutti i partecipanti hanno diritto di concorrere all’amministrazione del bene (art. 1105, I° comma, c.c.).

In base al principio maggioritario proprio del nostro ordinamento, le delibere assunte dalla maggioranza delle quote vincoleranno anche i dissenzienti. Per le delibere riguardanti l’ordinaria amministrazione, è necessaria la maggioranza dei partecipanti alla comunione, calcolata secondo il valore delle quote (art. 1105, II° comma, c.c.). Per le delibere riguardanti gli atti di straordinaria amministrazione ovvero le decisioni che comportano innovazioni dirette al miglioramento del bene o a renderne più comodo o redditizio il godimento – purché non pregiudichino il godimento di alcuno dei partecipanti e non comportino una spesa eccessivamente gravosa (art. 1108 c.c.) – è necessaria la maggioranza dei partecipanti che rappresentino almeno due terzi del valore complessivo della cosa comune.

La divisione può avvenire o per accordo tra i coeredi od in via giudiziale. Al negozio di divisione devono partecipare tutti i comunisti, pena la nullità dello stesso. Parimenti, nella causa di divisione, tutti i coeredi sono litisconsorti necessari (art. 784 c.p.c.).

Oltre alla divisione negoziale e giudiziale, vi è anche la c.d. divisione del testatore quando il de cuius, nelle disposizioni di ultima volontà, abbia già fatto luogo alla divisione dei propri beni tra i coeredi. In tal caso sorge la problematica di verificare l’eventuale lesione degli eredi c.d. legittimari, ovvero quei soggetti che hanno diritto ad una quota di eredità intangibile (in primis coniuge e figli).

Va ricordato che, in presenza di un immobile non divisibile, vale il disposto di cui all’art. 720 c.c. secondo il quale detto bene va ricompreso per intero, con addebito dell’eccedenza, nella porzione di uno dei coeredi avente diritto alla quota maggiore, o nelle porzioni di più coeredi se questi ne chiedano l’attribuzione congiunta. Se nessuno dei coeredi è a ciò disposto, si fa luogo alla vendita all’incanto del bene. Il coerede può partecipare all’incanto e chiedere l’aggiudicazione del bene previo pagamento del prezzo. Lo stesso parteciperà comunque alla divisione del ricavato in qualità di coerede.

L’art. 757 c.c. prevede che ogni coerede è reputato solo e immediato successore in tutti i beni componenti la sua quota o a lui pervenuti dalla successione, anche per acquisto all’incanto, e si considera come se non avesse mai avuto la proprietà degli altri beni ereditari.

Nell’ipotesi in cui un coerede abbia goduto in modo esclusivo di un bene facente parte della comunione ereditaria dall’apertura della successione o financo in epoca antecedente, è frequente che, nel momento in cui gli altri eredi chiedono la divisione del compendio immobiliare, richiedano altresì il risarcimento per il mancato godimento del bene rimasto nell’esclusiva disponibilità di uno solo di essi. La Corte di Cassazione con la sentenza 34451/2018 ha affrontato questa problematica, operando delle distinzioni.

In primo luogo, la Suprema Corte ha affermato che andrà verificato se i frutti siano stati effettivamente percepiti dal coerede che era nel possesso del bene mediante l’utilizzo dell’immobile come bene economicamente produttivo (ad es. a titolo di corrispettivo per la locazione) oppure se il coerede possessore abbia fatto un utilizzo del bene in via esclusiva, abitandovi personalmente. Nel primo caso, i frutti (ovvero le somme di denaro incassati dal coerede possessore) andranno divisi tra tutti i comunisti. Nel caso invece in cui il coerede possessore non abbia ceduto il godimento a terzi, ma lo abbia utilizzato direttamente ed esclusivamente occorrerà operare un ulteriore distinzione. Nel caso in cui gli altri coeredi abbiano chiesto la disponibilità di utilizzare l’immobile in virtù del diritto di proprietà anche a loro spettante e il coerede abbia negato il godimento, quest’ultimo dovrà risarcire gli altri comunisti per la mancata disponibilità del bene. Nel diverso caso in cui gli altri coeredi non abbiano invece formulato alcuna richiesta di condivisione del godimento del bene non potranno pretendere alcunché in sede di richiesta della divisione.

Si segnala che l’art. 1110 c.c. stabilisce che il partecipante alla comunione, il quale, in caso di trascuranza degli altri partecipanti, ha sostenuto spese necessarie per la conservazione della cosa comune, ha diritto al rimborso.

Nella comunione ereditaria (a differenza della comunione ordinaria) è previsto il diritto di prelazione dei coeredi se uno di essi intende vendere la propria quota ereditaria ad un terzo. L’art. 732 c.c. prevede infatti che il coerede che vuole alienare ad un estraneo la propria quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicando il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione, da esercitarsi nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni. In difetto di notifica, i coeredi hanno diritto a riscattare la quota ceduta dall’acquirente e da ogni successivo avente causa sino a quanto dura lo stato di comunione ereditaria.

Infine, il soggetto che vuole promuovere un’azione di divisione ereditaria, ha l’obbligo di esperire il preventivo tentativo di mediazione ex art. 5 d.lgs. 28/2010, costituendo detto passaggio una condizione obbligatoria per la procedibilità della causa.

Alessandra Buzzavo

Maggio 2019