COME AFFRONTARE IL GENERALE AUMENTO DEI PREZZI DELLE MATERIE PRIME?
16 luglio, 2021

COME AFFRONTARE IL GENERALE AUMENTO DEI PREZZI DELLE MATERIE PRIME?

Il fenomeno

Una problematica d’impatto sempre più rilevante riguarda, ormai da molti mesi, imprese di moltissimi settori: è l’incremento generalizzato e consistente del costo delle materie prime.

È un problema che si aggiunge, ma allo stesso tempo si ricollega, agli effetti della pandemia: le chiusure dovute al lockdown del 2020, in ogni settore industriale e commerciale in tutto il mondo (pensiamo agli impianti estrattivi), hanno generato scarsità di offerta.

Ed è, secondo quanto emerso dall’ultimo rapporto Ocse dello scorso dicembre, esploso nell’autunno 2020 a causa dell’improvviso incremento della domanda in alcuni settori (su tutti, quello delle costruzioni) avvenuto in Cina e poi negli USA (paesi che per primi hanno visto una ripresa economica dopo le restrizioni): ciò ha innescato un effetto al rialzo a livello mondiale.

All’aumento dei prezzi si è poi aggiunta una loro fisiologica minore disponibilità, con tempi di consegna dilatati in misura imprevista.

In particolare, ad aver registrato il maggior incremento di prezzo sono soprattutto i metalli di base, ferrosi e non (segnalati da oltre il 30% delle imprese italiane). A marzo 2021 i loro prezzi su base annua sono cresciuti del 65%, e si sono alzate le tensioni sui prezzi delle importazioni di minerali non metalliferi (da settembre 2020 a gennaio 2021, i valori medi unitari sono saliti del 50%).

L’acciaio (+70% a fine 2020, rispetto ai dati di marzo) e il ferro sono i metalli che hanno visto l’incremento maggiore, seguiti dal rame. E poi nichel (+51%), zinco (+51%) e alluminio (+26%).

Seguono poi i prodotti chimici di base, i solventi, i polimeri per le materie plastiche ed altri materiali di riferimento per l'industria manifatturiera, quali l'etilene, il polipropilene e il PVC (i cui prezzi sono aumentati, rispettivamente, del 58%, 34% e 42%).

L’aumento riguarda anche il legno, con fenomeni anche peculiari, come la rivendita dall’Austria a prezzi maggiorati di prodotti realizzati col materiale proveniente dai boschi devastati dalla tempesta “Vaia” del 2019.

Insomma tutti i materiali di primaria importanza per moltissimi ambiti, tra cui l’edilizia e la filiera del legno-arredo, costano di più e sono reperibili sempre più difficilmente.

 

La portata del problema e le sue possibili cause

La rilevanza globale del problema si riflette, per così dire “circolarmente”, sulle misure adottate per favorire la ripresa dell’economia dei Paesi.

In Italia l’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) teme infatti che questi eccezionali rincari possano, in assenza di interventi tempestivi, frenare gli interventi già in corso e mettere a rischio quelli previsti dal Recovery Plan. La stessa, poi, quanto alle cause del fenomeno, contesta la tesi secondo cui il crescente utilizzo del “Superbonus” contribuisca a generare gli aumenti: l’agevolazione, si sostiene, ha prodotto i primi effetti concreti sul mercato solo dal febbraio scorso, quando gli aumenti dei materiali erano già avvenuti. E precisa che aumenti di prezzo si sono visti anche in altri settori industriali, ad esempio l’automotive. I fenomeni di rialzo dei prezzi dei materiali “coinvolgono anche i mercati internazionali, e non sono, quindi, collegati a dinamiche interne al mercato italiano”, ma piuttosto a turbolenze e criticità a livello internazionale.

 

Che l’allarme riguardi molti settori è confermato ad esempio dalla patologica carenza di microchip, necessari praticamente in ogni applicazione (pensiamo ai PC e alla loro forte domanda, dovuta allo smart working e alla DAD). Per la costruzione di veicoli, ad esempio, l’impatto è stato così forte da costringere grandi gruppi dell’automotive a fermare la produzione in alcuni stabilimenti (Stellantis a Melfi, Volkswagen in Belgio, General Motors e Ford negli USA). 

Altro comparto duramente colpito dal problema è quello delle aziende di elettrodomestici, in cui le componenti elettroniche sono fondamentali.

 

Quanto alle cause, alcuni sostengono che la pandemia non sia la sola: anche la situazione generata dal blocco del Canale di Suez di alcune settimane fa ha creato un surplus di domanda (cioè oltre quello riferito ai materiali stoccati nelle navi che erano rimaste bloccate).

Tra gli industriali, c’è chi ha parlato di “tempesta perfetta”, in cui hanno converso più fattori scatenanti.

Che la causa sia multiforme e multisettoriale è testimoniato anche dall’aumento dei prezzi internazionali dei cereali, cresciuti, secondo quanto rilevato dalla Coldiretti, del 36,6% sullo stesso mese dell’anno precedente. Rispetto all’anno 2020, anche i prodotti lattiero-caseari sono saliti (del 28%), e le quotazioni della carne hanno pure visto un balzo (+10%).

Tanto che i prezzi delle materie prime agricole hanno raggiunto a livello mondiale il massimo da quasi dieci anni, trainati dalle quotazioni in forte aumento per oli vegetali, zucchero e cereali: a maggio 2021 hanno raggiunto, sulla base dell’Indice Fao, il valore massimo dal settembre 2011.

E pertanto è atteso un aumento anche dei prezzi dei prodotti alimentari.

 

La fenomenologia è dunque diffusa, e trasversale a tutti i mercati e settori.

 

Che cosa si può fare nel concreto?

L’impennata dei costi delle materie prime rischia di provocare un effetto dirompente sui costi sopportati dalle imprese per l’acquisto di beni necessari alla produzione o comunque da destinare alle lavorazioni.

Il rincaro comporta il rischio di comprimere i margini di guadagno, o addirittura la possibilità di ritenere più conveniente fermare momentaneamente l’attività e rinunciare a lavorare e a vendere, in attesa di iniziative per rimettere in equilibrio anzitutto domanda e offerta, e poi i rapporti tra le parti del contratto (ad esempio, committente e appaltatore).

Moltissime aziende, anche del tessuto produttivo del Nordest, affidatarie di commesse pubbliche e private, con conseguenti opportunità di lavoro e ripresa, stanno trovando sempre maggiore difficoltà.

Che fare dunque, e cosa è stato fatto sinora?

Da un punto di vista strettamente giuridico, l’incremento dei prezzi costituisce variazione di uno degli elementi caratterizzanti il contratto (ad es., in un appalto, il prezzo dovuto dal committente all’appaltatore). Trattasi di un fatto sopravvenuto, dai tratti peculiari e le cui conseguenze le parti spesso non hanno disciplinato in contratto.

In mancanza di un accordo tra le parti per la modifica, anche solo temporanea, delle condizioni contrattuali (motivata dal sopraggiunto straordinario e del tutto imprevedibile incremento dei prezzi delle materie prime necessarie alla commessa, dalle connesse difficoltà di approvvigionamento, dalla necessità che i lavori non siano antieconomici per l’appaltatore, dai suoi obblighi di diligente e prudente operato, quale imprenditore responsabile anche verso la società costruttrice e i terzi, oltreché dall’evitare un ingiusto sbilanciamento delle prestazioni corrispettive, alla luce anche del principio di buona fede contrattuale), la parte maggiormente colpita dal fenomeno – pensiamo all’appaltatore – potrà tutelarsi chiedendo la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione richiesta: il richiamo va agli artt. 1467 c.c. (‘risoluzione per eccessiva onerosità) e, in materia di appalto, all’art. 1664 c.c. (‘onerosità o difficoltà dell’esecuzione’).

Un’alternativa potrebbe essere poi la sospensione dei lavori (che però potrebbe dare luogo all’applicazione di penali, anche consistenti).

Tanto premesso in generale, va aggiunto che per gli appalti pubblici la disciplina delle modifiche ai contratti in corso di esecuzione è particolarmente articolata e stringente.

Nel regime precedente (D. Lgs. 163/2006, art. 115 in materia di appalti di servizi o forniture, art. 133 in materia di appalti di lavori) le eventuali modifiche erano più agevoli: l’inserimento nei contratti di clausole di revisione dei prezzi era obbligatoria (si voleva assicurare che la qualità dei lavori non diminuisse a fronte di eventuali variazioni nei costi), pur dovendosi svolgere un’istruttoria il cui esito favorevole era solo eventuale. Attualmente invece – preferendosi tutelare l’interesse alla prevedibilità dei costi delle commesse pubbliche – l’art. 106 D.Lgs. 50/2016 ammette eventuali modifiche ai contratti solo entro determinati e stringenti limiti e presupposti (tra cui, su tutti, la presenza nell’appalto di “clausole chiare, precise e inequivocabili, che possono comprendere la revisione dei prezzi”), e sempreché autorizzate dal Responsabile Unico del Procedimento.

In altre parole, oggi la revisione prezzi rientra nella facoltà programmatica e di elaborazione della proposta contrattuale della singola stazione appaltante: apposite clausole contrattuali, chiare e specifiche, prevedono “se” e “quanto” siano apportabili modifiche.

In ogni caso, però, la portata del fenomeno è tale da rendere tali rimedi “parziali” e circoscritti; occorrerebbe un intervento di ampio respiro, a livello legislativo, come testimoniano le iniziative recenti assunte in sede politica.

 

Le iniziative allo studio a livello politico

In Italia per il settore edilizio i costruttori italiani e il presidente dell’Ance hanno chiesto al Ministro delle infrastrutture di varare misure straordinarie capaci di fronteggiare lo straordinario aumento dei prezzi dei materiali ed evitare il sostanziale blocco di buona parte dei lavori pubblici in corso.

L’iniziativa si collega ad alcune interpellanze parlamentari del maggio scorso ai Ministeri competenti (Infrastrutture, Sviluppo Economico), che suggerivano di rilevare le variazioni percentuali del 2021, su base trimestrale, rispetto ai prezzi medi del 2020 (sia in aumento che in eventuale diminuzione) superiori ad una certa percentuale, e di introdurre dei rimedi.

In particolare, per temperare gli effetti del caro-materiali sugli appalti di lavori pubblici sono sul tavolo due ipotesi: introdurre un meccanismo di compensazione in corso d’opera (già sperimentato nel 2008), urgente e straordinario per i lavori eseguiti nel 2021 e in corso, per riconoscere alle imprese degli incrementi eccezionali. La compensazione, funzionante nei due sensi (al rialzo e al ribasso) consentirebbe alla stazione appaltante di recuperare la marginalità nel caso i prezzi dovessero sgonfiarsi nel breve periodo.

L’attuale normativa, introdotta come detto nel 2008, prevede che il Ministero delle Infrastrutture provveda a rilevare i prezzi dei materiali più importanti e decida di intervenire con una compensazione sui singoli materiali: in particolare, laddove le oscillazioni di prezzo (al rialzo o al ribasso) superino l’8% (in caso di offerte formulate nel 2020) o il 10% (in caso di offerte antecedenti).

Il Ministero starebbe appunto lavorando a due decreti (il primo, atteso entro luglio 2021, riguarderebbe le rilevazioni sul primo semestre 2021; il secondo, atteso per gennaio 2022, per i prezzi del secondo semestre) in cui fissare i materiali su cui la compensazione potrà intervenire e con quale misura applicarla.

Oppure si pensa ad un intervento “a conguaglio” in favore delle imprese danneggiate, possibile a fine opera o a fine anno, e che consentirebbe di rallentare il rimborso evitando di intervenire a compensazione nel momento in cui è ancora forte l’ondata rialzista dei prezzi.

O ancora, alla possibilità – proposta in sede di parlamentare – di garantire per un periodo transitorio una flessibilità, da quantificare in percentuale dei massimali dei singoli prezzi fissati dal decreto.

In ogni caso l’intervento, comunque di natura eccezionale e straordinaria, nelle intenzioni non vuole configurare “un ritorno ai vecchi meccanismi della revisione prezzi”, come espresso da alcune fonti giornalistiche.

Anche sul Superbonus si stanno mettendo a punto proposte, soprattutto a livello parlamentare, per compensare i rincari dei materiali, per alzare o rendere più flessibili i massimali di costi (contenuti nel Decreto Interministeriale 6 agosto 2020): vanno in ogni caso considerato che la modifica dei massimali con decreto richiederebbe il concerto di quattro ministeri: Sviluppo economico, Transizione energetica, Infrastrutture ed Economia).

 

Conclusioni

La portata e la vastità del fenomeno è sicuramente tale da richiedere, in attesa degli auspicati interventi legislativi, particolare cautela ed adeguato supporto legale e contrattuale.

 

Luglio 2021

 

Giulio Calcinotto